SAMAB 2026 Artigianalità e Tecnologia per il Futuro del Made in Italy
26 maggio Milano, Palazzo Giureconsulti- 2026
Tecnologia per il Futuro del Made in Italy
Si è tenuto oggi a Milano il Convegno Internazionale SAMAB 2026, uno degli appuntamenti più attesi del calendario fashion tech italiano. Sotto il titolo “Un ponte tra artigianalità e tecnologia per il futuro del Made in Italy”, istituzioni, imprenditori e innovatori si sono confrontati in una mattinata intensa e ricca di spunti, alla presenza di alcuni dei protagonisti più autorevoli del sistema moda italiano.
L’apertura: leggere il mercato per anticiparlo
Ad aprire i lavori è stato Marc Sondermann, Chairman del CEO Circle, seguito subito da Omar Cadamuro, Partner PwC Italia e Senior Member del Consumer Markets Team EMEA, che ha dato il tono alla giornata con un’analisi di scenario lucida e puntuale. Cadamuro ha delineato il contesto competitivo globale in cui operano le aziende italiane: un mercato sotto pressione, dove la crescita dell’invenduto pesa come piombo sui conti economici dei principali player del settore, e dove la capacità di leggere la domanda in anticipo — più che la scala produttiva — fa sempre più la differenza.
La voce dell’industria: ispirazione, visione e coraggio
Il panel industriale si è aperto con l’intervento di Alfonso Dolce, Presidente di Dolce & Gabbana, che ha ispirato la platea con una riflessione sul rapporto profondo tra creatività, identità culturale e tecnologia. Il messaggio è stato chiaro: la tecnologia è uno strumento potente, ma è l’umanesimo italiano — quella capacità unica di aggiungere creatività e anima a tutto ciò che tocca — a renderci competitivi nel mondo. Un concetto che ha attraversato come un filo rosso l’intera giornata.
Luca Sburlati, Presidente di Confindustria Moda, ha portato una visione concreta e ambiziosa sulle politiche di sistema, toccando tre grandi assi: filiera, internazionalizzazione e tecnologia.
Sul tema della filiera, Sburlati ha sottolineato con forza il valore strategico del tessuto produttivo italiano, fatto di imprese spesso piccole ma di altissima specializzazione, che rappresentano il vero motore del Made in Italy nel mondo. Ha ricordato come questo sistema — distrettuale, radicato nel territorio, fondato su competenze tramandate — sia oggi riconosciuto a livello globale come un vantaggio competitivo difficilmente replicabile. La sfida, però, è valorizzarlo appieno, anche attraverso strumenti di certificazione e tracciabilità che ne rendano visibile il valore lungo tutta la catena.
Sul fronte della semplificazione normativa, Sburlati ha illustrato il lavoro fatto insieme alla Fédération de la Haute Couture et de la Mode per costruire un framework ESG condiviso tra i grandi brand del lusso e i loro fornitori. Un progetto nato dalla consapevolezza che la moltiplicazione di richieste di compliance — spesso sovrapposte e ridondanti — stava diventando un peso insostenibile per le aziende della filiera, in particolare per le più piccole. Come ha detto Sburlati: “Quando l’hai fatto per uno, in realtà lo hai fatto per tutti.” Un denominatore comune che non abbassa gli standard, ma li rende accessibili e praticabili, liberando energie per innovare invece di disperdere risorse in burocrazia.
Ha poi affrontato il tema dell’internazionalizzazione, sottolineando come i brand italiani — soprattutto quelli di media dimensione e a conduzione familiare — stiano performando meglio delle grandi corporation anche in un momento di mercato complesso. La chiave, secondo Sburlati, sta proprio nell’autenticità: quei brand che hanno mantenuto una connessione profonda con il proprio territorio, la propria storia e i propri valori produttivi stanno raccogliendo oggi i frutti di scelte fatte negli anni, senza inseguire modelli estranei alla propria cultura.
Ha concluso con un invito a guardare ai giovani designer e alle nuove realtà creative come a un patrimonio da sostenere attivamente, non solo con visibilità ma con strumenti concreti — formativi, finanziari e di accesso ai mercati internazionali. La tecnologia, in questo senso, può essere un grande acceleratore: abbatte le barriere distributive, permette di costruire community globali e dà voce a realtà che altrimenti faticherebbero a emergere in un sistema ancora dominato dai grandi player.
Roberto Luongo, Consigliere del Ministro per l’Internazionalizzazione e la valorizzazione del Made in Italy, ha completato il quadro istituzionale con un focus sulle politiche di proiezione internazionale del sistema produttivo italiano, ricordando gli strumenti a disposizione delle imprese per rafforzare la propria presenza sui mercati esteri.
Carlo Capasa: l’autenticità come vantaggio competitivo
Carlo Capasa, Presidente della Camera Nazionale della Moda, ha avuto uno spazio dedicato che ha saputo riempire con passione e sostanza. Partendo dai numeri — l’Italia produce circa il 70% della moda di alta qualità mondiale — ha invitato il settore a non dare per scontato ciò che abbiamo: “Siamo un paesino piccolo nella geografia del mondo, con un numero di abitanti limitato, e siamo quelli che producono più moda di alta qualità al mondo. Questa è una roba pazzesca, unica. Dobbiamo capirla, coccolarla e aiutarla a crescere.”
Sul modello familiare italiano, Capasa ha ricordato come in questo momento storico l’autenticità stia pagando più di qualsiasi strategia di scala: “Quella radice familiare è anche una radice di community. Quando parliamo di Zegna, dobbiamo parlare dell’oasi, del distretto di Biella. Quella roba è italiana e non dobbiamo pensare che non valga più niente.”
Grande attenzione è stata dedicata al Digital Product Passport, che Capasa ha definito non un adempimento tecnico ma un’affermazione di valori: “Il passaporto digitale non è altro che un’affermazione del valore italiano ed europeo. Dobbiamo creare quel clima di fiducia tra aziende, tra aziende e filiera, e tra prodotto e consumatore. Non possiamo non valorizzare appieno il lavoro che c’è dietro queste creazioni.”
Ha chiuso con un monito sulla proprietà intellettuale, tema che rischia di passare in secondo piano: “La proprietà intellettuale è un tema centrale per le nostre imprese. Andare a certificare i prodotti deve voler dire anche proteggere l’autenticità della creatività.”
Tavola Rotonda Industriale: filiera, prezzo e prodotto
Il panel con David Franzini (Brand Director Apparel & Leather Accessories, Zegna Group) e Marco Angeloni (CEO & Chairman, Raffaele Caruso Spa) ha portato sul palco due modelli aziendali diversi ma complementari, accomunati dalla stessa convinzione: la qualità vera si giustifica, non si spiega.
Franzini ha raccontato la trasformazione radicale di Zegna: da azienda multibrand con distribuzione frammentata a gruppo completamente integrato verticalmente, con l’ 85% delle vendite in retail diretto e una riduzione dell’ 80% della complessità produttiva. “I nostri prodotti non sono cari, sono costosi. È una bella differenza. Oggi l’ 80% dei nostri capi è in cashmere o in lana eccellente. Abbiamo alzato il prodotto, non solo il prezzo.”
Ha illustrato come la filiera integrata consenta a Zegna di dialogare direttamente e continuamente con il cliente finale anche fuori dal negozio: “Il 50% delle nostre vendite lo facciamo fuori dai negozi. Un cliente ci manda la foto di una sua giacca, il venditore la manda in ufficio prodotti, il sistema identifica il tessuto, propone varianti e abbinamenti, e la proposta torna al cliente in pochi minuti.” Un modello che permette anche una programmazione della produzione molto più precisa: “Sappiamo con buona approssimazione cosa venderemo, quando e quanto. Questo ci consente di evitare stock improduttivi che oggi, con la nostra dimensione, sarebbero mortali.”
Marco Angeloni ha portato la prospettiva di Caruso, 500 persone a Soragna (Parma), specializzata nella giacca sartoriale intelata — uno dei capi più complessi dell’intero sistema moda. La sua riflessione sul rapporto tra macchina e mano è stata tra i momenti più apprezzati della mattinata: “La macchina in alcuni casi batte la mano — il taglio automatico in due minuti con precisione millimetrica taglia i 15-20 componenti di una giacca. Ma ci sono step in cui la mano batte la macchina a livello di qualità ed emozione, e questi non vanno mai cambiati.”
Sul futuro, Angeloni ha confermato investimenti importanti e una scelta di campo netta: “Stiamo puntando sul nostro marchio, perché oggi il mercato dà spazio a brand più autentici e credibili. Fabbrica, persone, marchi propri. Vogliamo essere autori del nostro destino.”
Fabio Ferrari: venti minuti di matematica per capire l’AI
“Sono qui per rovinarvi la giornata, perché faremo un po’ di matematica assieme.” Con questa apertura disarmante, Fabio Ferrari, fondatore di NUDE Cultural Hub e matematico applicato con oltre dieci anni di esperienza nell’AI applicata alle aziende, ha tenuto uno degli interventi più originali e densi della giornata.
Ferrari ha guidato la platea attraverso la differenza fondamentale tra sistemi deterministici — quelli su cui si basano tutti gli ERP, i CRM e i software aziendali attuali — e sistemi stocastici propri dell’intelligenza artificiale, che inferiscono soluzioni direttamente dai dati in modo probabilistico, senza equazioni scritte dall’uomo. Un cambio di paradigma radicale, illustrato con esempi concreti e con la franchezza di chi lavora sul campo ogni giorno.
I numeri che ha portato sono stati eloquenti: “Dal 2013 seguo le aziende nell’adozione dell’AI. Un anno fa un progetto lo sviluppavamo in tre persone in un mese. Oggi lo stesso progetto si fa in due giorni. Questa accelerazione è inquietante.”
Ha sfatato il mito dell’AI come semplice strumento di supporto: “L’AI non è il Copilot su Office 365. È un sistema operativo sui dati dell’azienda. E i dati dell’azienda non sono più quelli HR, della produzione, delle vendite separati: sono un tutt’uno. L’azienda diventa un’ontologia di dati.”
Particolarmente significativo il passaggio sull’etica intrinseca dei modelli AI: “L’AI non è neutra come un’equazione deterministica. L’AI si fonda sui dati di chi la sviluppa, e porta con sé la cultura di chi l’ha costruita. Le aziende che non hanno competenze rischiano di portarsi in casa sistemi che ragionano in modo molto lontano dalla nostra cultura.”
Il messaggio finale è stato un invito a costruire un nuovo tipo di intelligenza ibrida: “L’uomo dovrà sviluppare la capacità di leggere i contesti culturali e sociali in cui avviene un fenomeno. Quello è ciò che può fare la differenza nel dialogo con l’AI. Non dobbiamo mettere l’uomo al centro, ma l’intelligenza al centro — quella dell’uomo, delle macchine, dell’ambiente. Tutte in dialogo.”
Francesco Meoni e Mauro Sampellegrini: tecnologia a terra, sostenibilità obbligatoria
A chiudere la mattinata, il panel tecnico con Francesco Meoni, CTO di BIREX Competence Center Big Data e Tecnologie 4.0, e Mauro Sampellegrini, Direttore dell’Area Ricerca e Innovazione di Confindustria Moda.
Meoni ha portato l’esperienza concreta del trasferimento tecnologico alle PMI, sottolineando come il punto di partenza di qualsiasi progetto AI debba essere sempre il know-how umano: “Chi decide quando un difetto è un difetto e quando è invece un valore? Questa conoscenza risiede nelle persone, e allenare un sistema AI significa prima di tutto saperla estrarre e valorizzare.” Ha anche sottolineato l’utilità dei progetti “tessile for invest” finanziati dal PNRR come strumento per avvicinare le aziende all’innovazione attraverso proof of concept concrete, riducendo lo scetticismo iniziale.
Particolarmente apprezzata dalla platea è stata la chiarezza e la schiettezza di Mauro Sampellegrini sul fronte della sostenibilità e dei nuovi obblighi europei. Ha ricordato che da luglio 2026 i capi invenduti non potranno più essere avviati all’incenerimento (Regolamento ESPR), e che il Digital Product Passport — parte integrante dello stesso regolamento — richiede una tracciabilità completa e digitalizzata di tutta la supply chain: “Non badate all’applicazione. La cosa che dovete fare è tracciare e digitalizzare tutta la catena del valore, integrarla, interconnetterla. Gli strumenti ci sono, e grazie al Piano Transizione 5.0 sono anche finanziabili con iperammortamento.”
Ha parlato anche dei PFAS — i fluorurati chimici usati per trattare i tessuti — già sotto la lente della legge francese dal 1° gennaio 2025 e destinati a essere regolamentati a livello europeo entro il 2027 (allegato 17 del regolamento REACH): un cambiamento che richiede investimenti in ricerca e innovazione già oggi, non tra cinque anni. Il messaggio di Sampellegrini è stato netto: “La sostenibilità tra dieci anni sarà una commodity. O la fai o sei fuori dal mercato. È l’innovazione, oggi, che ti permette di arrivare preparato a quella scadenza.”
Ha infine annunciato i prossimi appuntamenti di Confindustria Moda: l’assemblea dei soci del 30 giugno, dove verranno presentati i passi del piano nazionale per l’AI nel settore moda, e il VENICE Sustainable Fashion Forum di Venezia, dal 5 al 7 novembre 2026.
In sintesi
Da questa giornata emerge un quadro coerente: il sistema moda italiano ha tutti gli strumenti per navigare la transizione tecnologica senza perdere ciò che lo rende unico al mondo. La sfida non è scegliere tra artigianalità e innovazione, ma costruire un dialogo continuo tra le due, con l’umanesimo italiano come bussola e la sostenibilità non come vincolo, ma come opportunità.
Come ha ricordato Carlo Capasa: “Tecnologia sì, ma con tutti i crismi della creatività e della sostenibilità. Noi quando facciamo le cose alla maniera nostra siamo più vincenti.”
ANTIA desidera ringraziare tutti i relatori e gli ospiti intervenuti sul palco, così come SENAF, per aver creduto nel valore di questo convegno e nel progetto fieristico SAMAB.
In un momento particolarmente complesso per il comparto moda e abbigliamento, un settore oggi profondamente sollecitato dai cambiamenti tecnologici, produttivi e di mercato, riteniamo fondamentale creare occasioni concrete di confronto, visione e crescita condivisa.
Crediamo fortemente nel progetto SAMAB e auspichiamo che l’edizione 2027 possa rappresentare un punto di incontro tra imprese, innovazione e tecnologia accessibile, capace di trasformare e rendere più competitivi i processi produttivi della moda tech.
La fabbrica non deve essere percepita come un limite o una punizione, ma come un luogo da rivalutare e ripensare. È necessario costruire un nuovo approccio produttivo e di sistema, capace di integrare innovazione, intelligenza artificiale e cobotica in modo sostenibile e strategico.
Cogliere le sfide dell’innovazione significa preparare il futuro del settore, e SAMAB 2027 vuole essere il luogo ideale in cui questa trasformazione può prendere forma.
ANTIA continuerà a seguire e approfondire questi temi, portando la voce dei tecnici e dei professionisti del sistema moda in tutti i tavoli dove si costruisce il futuro del settore.

